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Le “Scafe” sul Garigliano: storia e progetti

Ricostruire una delle “Scafe” sul Garigliano è una delle “idee forti” per un rilancio turistico del nostro “Basso Lazio”. Non è un’idea nuova. A tracciare le linee di un percorso storico-culturale ci pensò già, qualche anno fa, la Provincia di Latina ed in particolare il Settore Attività Produttive” diretto dal Domenico Tibaldi che con il supporto di Ezio D’Aprano elaborò una specifica idea progettuale poi presentata alla Regione Lazio ma, purtroppo, rimasta lettera morta perché dispersa, a quanto pare, negli uffici regionali. L’abbiamo ritrovata e la presentiamo qui di seguito. E’ un’idea, dicevamo, “forte” perché, con un modesto investimento, potrebbe contribuire a dare corpo ad un progetto di valorizzazione decisamente innovativo e che si inserirebbe, a pieno titolo, in quel solco di turismo, detto, “lento”.

Ricostruire la “scafa”, nell’area termale di Suio, infatti, costituirebbe un indubbio fattore di valorizzazione turistica favorendo il passaggio di migliaia di pellegrini che percorrono la Via Francigena diretti verso Roma o verso Santa Maria di Leuca e che aumenteranno in numero in maniera certamente importante, con l’imminente inizio del Giubileo, nel 2025. Ma ecco il testo della relazione allegata al progetto al quale si interessò, tra gli altri, il Gruppo dei Dodici (Associazione fondata da Alberto Alberti) e anche l’Istituto Nautico “Caboto” di Gaeta tanto che un docente realizzò anche un modellino in scala.

“Il termine scafa risale all’Antica Grecia. Nel corso dei secoli esso assunse vari significati. Al tempo dei Romani indicava una barca senza vela, impiegata per i collegamenti dalla costa alle navi da guerra ancorate al largo. Nel Medioevo una imbarcazione ausiliaria di una unità maggiore. Nei secoli XVI e XVII un qualsiasi battello fluviale, lacustre e marino. Lo scafaiuolo era il battelliere.
Per sopperire alla mancanza di strade e di ponti nelle zone con scarsa densità di popolazione, verso la fine del Medioevo si impiegarono le scafe per il traghettamento e il trasporto fluviale, che continuò fino ad alcuni anni dopo la fine del secondo conflitto mondiale.
La costruzione delle scafe si perfezionò col tempo in base alle caratteristiche dei corsi d’acqua, delle attività produttive e delle esigenze economiche della popolazione.
A Castelforte la scafa, da tempo immemorabile, era legata al superamento della barriera naturale costituita dal fiume Garigliano, che divide in due parti l’omonima pianura. Era il mezzo usato dai pellegrini che percorrevano la Via Francigena per superare il corso d’acqua, ma anche una chiatta di vitale importanza per l’economia della zona, poiché consentiva di svolgere una intensa e produttiva attività agricola nei terreni situati lungo la sponda sinistra del corso del fiume; assicurava giornalmente il traghettamento di uomini, animali, materiali, carri, derrate e utensili e quindi, anche i pellegrini ne facevano uso costante.
La scafa era utilizzata anche dagli abitanti delle località al di là del fiume, per i collegamenti con Castelforte, specialmente la domenica, giorno di mercato. Infatti, per tali abitanti, Castelforte era una località più vicina e più comoda rispetto a quella del comune di appartenenza, Sessa Aurunca, più distante e più difficile da raggiungere, soprattutto per la scarsità delle strade e dei mezzi di trasporto.
Le scafe sul fiume Garigliano, in territorio di Castelforte, erano numerose ed effettuavano il servizio di traghettamento da secoli; rimasero in funzione fino al 1954, anno che coincise con la costruzione del ponte in località Maiano.

Nel dopoguerra con i fondi del piano Marshall si realizzarono opere pubbliche e infrastrutture per favorire lo sviluppo della zona, dopo l’immane distruzione subita durante l’ultimo conflitto mondiale. Anche nelle contrade periferiche e rurali furono realizzate opere pubbliche: strade interpoderali asfaltate, acquedotti, fognature, impianti di irrigazione. Si introdussero le moderne innovazioni tecnologiche nelle attività economiche e produttive. In pochi anni si diffuse il benessere, che migliorò notevolmente le condizioni di vita di tutti gli strati sociali. Si registrò pure una enorme diffusione dei mezzi di trasporto meccanici. Di conseguenza, nel giro di pochi anni, gli impianti delle scafe sul fiume Garigliano, in territorio di Castelforte, furono dismessi, poiché erano divenuti inutili.
Con la disattivazione del servizio di traghettamento, la rigogliosa e caratteristica vegetazione del fiume prese il sopravvento, cancellando le tracce degli impianti e degli approdi. Ora è difficile individuare con esattezza la loro dislocazione.
La scafa utilizzata a Castelforte era un natante originale e atipico, un misto di zattera e di chiatta, costruita con legno di quercia. Aveva forma rettangolare, con fondo piatto, murate basse sui lati, prua e poppa uguali, ma leggermente ricurve per agevolare l’approdo a riva e le operazioni di carico e scarico dei carri, dei materiali e degli attrezzi agricoli. Il fondo, a tenuta stagna, aveva delle traverse parallele per l’ancoraggio dei carri durante l’attraversamento, nonché dei fori di scarico laterali per il deflusso dell’acqua piovana. Con la pioggia si poteva formare nel suo fondo un ristagno d’acqua, che arrecava disagio ai passeggeri. Per tale motivo lo scafàro teneva a bordo un recipiente per eliminare l’acqua stagnante, come i pescatori nelle loro barche.
Con la dismissione del servizio di traghettamento, tutti gli scafi furono sfasciati per recuperare legna da ardere o tirati a secco e lasciati decomporre alle intemperie. Per tale motivo non si conoscono le esatte dimensioni delle scafe e non è più possibile effettuarne una dettagliata descrizione delle caratteristiche. Dalle poche foto esistenti, che risalgono ad alcuni anni prima della guerra, si può desumere che la scafa avesse una lunghezza di circa sette metri e una larghezza di tre.
Le dimensioni delle scafe col tempo subirono delle modifiche per rispondere alle esigenze dell’utenza. Le scafe utilizzate nel dopoguerra, invece, erano costruite da esperti artigiani. Difatti erano solide, rifinite nei particolari ed eleganti. Quelle precedenti, invece, erano realizzate con una tecnica grossolana; il fondo era costituito da tronchi di quercia tenuti insieme con funi o travi inchiodate. Per tale motivo tra le travi vi erano degli spazi irregolari che lasciavano intravedere ai passeggeri l’acqua del fiume durante la traversata. Certamente erano poco adatte al trasporto di carri, calessi e attrezzi agricoli.
I passeggeri durante il traghettamento stavano in piedi per l’assenza dell’ondeggiamento e per la brevità del tragitto. Si impiegava più tempo per l’imbarco che per l’attraversamento di un tratto di poche decine di metri! Comunque la traversata non era immune da pericoli, poiché la corrente del fiume era forte anche in situazione di magra e poteva diventare improvvisamente impetuosa con le piogge dell’entroterra, in qualsiasi periodo dell’anno. Difatti il Garigliano, per il suo bacino idrografico e per la sua portata, è considerato un fiume importante.
Lo scafàro conosceva gli umori del fiume, sapeva valutare la forza della corrente, le variazioni del livello dell’acqua, la formazione dei vortici, le condizioni meteorologiche. Inoltre era in grado di valutare quando era possibile effettuare il traghettamento in sicurezza. Se riteneva che il livello dell’acqua e la corrente del fiume non garantissero la sicurezza dei passeggeri, interrompeva il servizio. In tal caso poteva accadere che alcune persone, pur di rientrare a casa, anche con le condizioni pericolose del fiume, per non far stare in apprensione le loro famiglie, imploravano lo scafàro di traghettarle comunque. Per convincerlo gli promettevano un lauto compenso e la loro eterna riconoscenza.
Nel corso dei secoli certamente si sarà verificato qualche grave incidente, con annegamenti o con la scafa alla deriva verso la foce, ma la cultura orale non ne tramandò il ricordo.
A Castelforte con il termine scafa si indicava anche l’approdo, il luogo predisposto per effettuare le manovre di imbarco e sbarco. Alcuni impianti appartenevano ai Castelfortesi proprietari di terreni e masserie situati sulla sponda sinistra del fiume. Altri, invece, appartenevano a famiglie che da generazioni praticavano il mestiere dello scafàro.
In base alle vecchie carte topografiche e ai ricordi degli anziani, nel territorio di Castelforte e Santi Cosma e Damiano, vi erano diverse scafe.
La Scafa Faramondi si trovava nei pressi dell’omonimo stabilimento termale. Il suo sito venne sommerso dalle acque del fiume nel novembre 1930, quando fu inaugurata la diga di Suio Terme, realizzata per alimentare la centrale idroelettrica. In prossimità della diga fu costruito anche un ponte, che determinò l’inutilità di quella scafa.
Le altre scafe rimasero regolarmente in attività per alcuni anni del dopoguerra, per la scarsità delle strade, dei mezzi di trasporto esistenti nella zona e della mancanza di un altro ponte.
La Scafa di Santa Caterina, in località Ottone (Suio Terme), nel dopoguerra fu approntata nel punto in cui gli Alleati avevano allestito un ponte di barche; fu dismessa intorno al 1954 o 1955. Lo scafo aveva dimensioni più grandi degli altri, poiché era utilizzato per traghettare addirittura i camioncini. Aveva una lunghezza di circa otto metri e una larghezza di quattro.
La Scafa di Suio, in località Forma, era certamente la più antica. Difatti la sua costruzione risaliva al Medioevo, quando Suio era una contea, una comunità autonoma. Era un impianto di pubblica utilità, gestito e regolamentato con norme ben definite. Alcuni anziani del luogo ricordano che i cittadini di Suio, quando traghettavano il fiume, non erano tenuti al pagamento del pedaggio. Ciò fa presumere che l’impianto appartenesse alla collettività di Suio. Inoltre, in base a recenti ricerche storiche, risulta pure che tale scafa traghettava i pellegrini, che attraverso “la Via Francigena del Sud”, si recavano a Roma. A Suio ricevevano assistenza e protezione.
Con il tempo la gestione della scafa passò ai privati, ma rimase per gli abitanti di Suio il diritto al traghettamento gratuito.
La Scafa di don Peppe si trovava in località Li Casali, zona dell’attuale cimitero.
La Scafa di Maiano, o Mattei, era nel punto di confluenza di Rio Grande nel Garigliano. Nel sito vi era un’ampia radura con massi, pietre e ghiaia trasportati dal Rio Grande durante le famose piene (céne) causate dagli acquazzoni invernali.
Rio Grande è un torrente alimentato solo dalle piogge che cadono abbondanti, durante l’inverno, sui monti retrostanti a Castelforte e Santi Cosma e Damiano. Lungo il suo corso sono stati effettuati interventi per agevolare il flusso delle acque piovane. In passato, durante le piene, il Rio Grande era impetuoso e travolgente. Tuttora, quando è in piena, può essere superato solo attraverso l’unico ponte esistente, in località Petrete, prima di confluire nel fiume Garigliano.
La mattina presto molte donne, con enormi cesti colmi di panni, poggiati sulla testa, si recavano alla foce di Rio Grande per fare il bucato, utilizzando l’acqua del fiume e i massi levigati per lavare e strofinare i panni. Terminato il lavaggio stendevano i panni al sole per farli asciugare. A sera rientravano in paese.
Sul fiume vi era il Porto d’Arzìno, che non era una scafa, ma l’approdo dei natanti. La tipica barca fluviale della zona era glió sannariéglio, così chiamata per la caratteristica forma a zanne d’elefante. Aveva il fondo piatto, la prua e la poppa uguali e rialzate per agevolare le manovre di approdo in qualsiasi punto del fiume, anche dove la vegetazione era folta. Queste tipiche barche in passato erano adoperate sia per l’attraversamento del fiume di poche persone, sia per la pesca. Alcuni cittadini le adoperano tuttora per diporto, collocare le nasse, le reti e pescare.
La Scafa di Vignali Feo fu costruita subito dopo la guerra, nel punto in cui si trovava il ponte della ferrovia Formia Sparanise, distrutto dagli Alleati durante l’ultima guerra. I tronconi dei piloni furono utilizzati per l’ancoraggio del sarto. Anche questa scafa ebbe vita breve.
La Scafa di Vattaglia Sennòne era l’ultima della zona, all’estremità del territorio di Castelforte.
Nella zona le scafe erano a supporto dell’attività agricola, che implicava un consistente flusso quotidiano di persone, animali, attrezzi e cose tra le due sponde del fiume.
Lo scafaiuolo, per gli abitanti della zona, era glió scafàro. Secondo la consuetudine castelfortese, le persone erano individuate pure con il nome delle attività che svolgevano. Per tale motivo il termine scafàro divenne il soprannome dello scafaiuolo, esteso anche ai suoi familiari.
L’approdo della scafa era collocato nei pressi di un’ansa, dove le sponde basse del fiume consentivano un facile accesso, anche a carri ed animali. Il meccanismo di funzionamento della scafa era semplice, ma ingegnoso; richiedeva forza, coraggio e abilità da parte dello scafàro.
L’impianto era costituito da quattro grossi pali, due conficcati sulla riva destra e due su quella sinistra, in modo da formare due coppie parallele. Sulla coppia di pali, lato foce, era fissato il sarto, una grossa fune che aveva la funzione di mantenere il natante in linea con la rotta da percorrere durante il traghettamento. Sull’altra, lato sorgente, era legata la resta, una fune meno grossa, che serviva per tirare la scafa verso la sponda. Per motivi di sicurezza la scafa aveva anche quattro grossi pali, di una certa altezza, saldamente piantati nel suo fondo, due per lato, a poppa e a prua. Tali pali avevano la funzione di impedire alla scafa di uscire dalla corsia delimitata dal sarto e dalla resta, ma soprattutto di passare sotto il sarto. Se ciò accadeva, la scafa, trascinata dalla corrente, poteva andare alla deriva verso la foce o sbattere contro un ostacolo, con grave pericolo per i passeggeri. Per motivi di sicurezza l’altezza del sarto e della resta doveva essere regolata in relazione al livello dell’acqua del fiume.

Con le innovazioni introdotte dalla moderna tecnologia, migliorò la sicurezza dell’impianto. Difatti nei tempi moderni si sostituì la fune del sarto con un robusto cavo d’acciaio, mentre il rudimentale sistema di sollevamento delle funi con robuste carrucole di ferro o con argani. Anche i grossi pali di legno delle sponde furono sostituiti con quelli di ferro. Inoltre si aggiunsero anche delle funi al sarto e alla resta, come appendici, per aumentare la sicurezza e facilitare l‘approdo del natante. Quando la zattera era carica o la corrente del fiume era forte, lo scafàro, se non aveva l’assistente, si faceva aiutare dai passeggeri. La manovra di ancoraggio alla riva era assimilabile a quella che si compie per attingere l’acqua da un pozzo dotato di carrucola.
Il Garigliano (Gari-liriano) è un fiume lungo 158 km., originato dalla confluenza di due fiumi: il Liri e il Gari (o Rapido). Il Liri nasce nel versante settentrionale dei monti Simbruini; il Gari nel gruppo de Le Mainarde. È un fiume perenne, a regime regolare, con una buona portata. In territorio di Castelforte, Santi Cosma e Damiano e Minturno solca l’omonima pianura con grandi anse. Le rive sono coperte di una folta vegetazione, in prevalenza giunchi.
In passato, durante l’inverno, il fiume straripava con una certa frequenza, allagando vaste zone e bloccando l’attività agricola per diversi giorni, fin quando il terreno non prosciugava. Gli abitanti di alcune case della sponda sinistra del fiume rimanevano isolati per giorni, con gravi disagi e rischio della vita.
Attualmente le inondazioni sono rare, poiché lungo il percorso del fiume vi è un consistente prelievo delle acque per irrigazione e scopi industriali, che determinano una forte riduzione della sua portata.
Lo scafàro aveva un bel da fare, dall’alba al tramonto, per l’andirivieni di tutte le persone che operavano nella zona. Doveva essere molto paziente e calmo, per non urtare la suscettibilità dei suoi clienti. A volte doveva traghettare anche una sola persona. Egli conosceva tutti e di ognuno aveva imparato il carattere, le abitudini e le manìe. Con l’esperienza acquisita in anni di attività sapeva come comportarsi con la sua clientela. Data l’importanza del suo servizio, dagli utenti era trattato con riguardo e gentilezza, anche per paura di una sua eventuale ritorsione, determinata dai loro modi sgarbati e arroganti. Difatti il cliente preso di mira poteva rischiare di rimanere sull’altra riva, se si presentava all’approdo da solo, quando era sospeso il servizio.
A volte lo scafàro era svegliato in piena notte, quando qualcuno aveva bisogno di aiuto, di un medico, di una ostetrica, di rintracciare una persona per un lutto o una grave sciagura.

Anche la domenica la scafa era in piena attività. Lo scafàro doveva fare gli straordinari per traghettare i venditori e gli avventori, i quali con i somarelli e con i carretti si recavano a Castelforte per il mercato o per sbrigare le loro faccende personali.
Per il servizio di traghettamento era previsto il pedaggio pagato in natura, cioè con i prodotti della terra, con le prestazioni degli artigiani, con lo scambio di utensili ed oggetti.
Il pedaggio era quantificato in base alla consistenza dei nuclei familiari, all’estensione delle masserie, dei casolari e degli appezzamenti di terreno, alla frequenza dei passaggi giornalieri. In pratica si adottavano dei criteri, perfezionati nel tempo, per quantificare l’utilizzo della scafa durante l’anno. I passeggeri casuali pagavano qualche soldo al momento del traghettamento; quelli conosciuti erano traghettati gratuitamente.
Il tomolo era l’unità di misura per calcolare l’entità del pedaggio. In occasione dei vari raccolti lo scafàro riceveva tomoli (tùmmeri) di grano, granturco, fagioli, ceci …. Si usava anche il mezzo tomolo. Il compenso poteva essere corrisposto anche con altri generi alimentari: olio, vino, uova, polli e formaggio.
Il tomolo era una antica misura di capacità utilizzata per gli aridi, cioè il materiale incoerente secco e granuloso, calcolabile come i liquidi (cereali, legumi, olive, castagne …. Esso corrispondeva a un recipiente di 55,31 litri. Era in uso nell’Italia Centrale e Meridionale, con piccole variazioni da zona a zona, prima dell’adozione del sistema metrico decimale. Il peso del tomolo, ovviamente, variava a seconda delle derrate misurate. Infatti il tomolo di grano pesava più di quello di fagioli.
Il tomolo era anche una misura di superficie, pari all’estensione del terreno sul quale era possibile seminare la corrispondente quantità di grano, equivalente a mq. 3333,3, cioè 1/3 di ettaro.
Il travolgente progresso del dopoguerra determinò lo smantellamento del caratteristico servizio delle scafe, che lungo il fiume Garigliano, per secoli, aveva costituito un prezioso e insostituibile supporto all’attività agricola della zona. E con le scafe scomparve un caratteristico mestiere.
Il Progetto di ricostruzione di una scafa nelle dimensioni originarie nasce da un’idea progettuale già avanzata dalla Provincia di Latina per la promozione e la valorizzazione della Via Francigena del Sud e aspira a conseguire una serie di obiettivi che di seguito si possono così sintetizzare:

 La Scafa della Via Francigena sarà il mezzo che i camminatori francigeni potranno usare per superare il fiume Garigliano all’altezza del Parco Belvedere, dove esiste un pontile ed un’area verde realizzata dal Comune di Castelforte con finanziamento regionale scenario suggestivo del Premio Suio Terme e luogo d’incontro dei turisti che nel periodo maggio-ottobre soggiorno nelle caratteristiche Terme dei Romani (prime in Italia e terze nel Mondo per presenza di ioduri), ripercorrendo nel recupero dell’antico mezzo la simbologia dell’attraversamento del Garigliano periodicamente effettuato dal Gruppo dei Dodici con il Presidente Alberto Alberti;
 La Scafa sarà un elemento di grande attrazione per valorizzare il comprensorio termale di Suio (40 sorgenti di diverso tipo, 9 stabilikenti-alberghi, 4 impianti pescine, vicinissimo a Montecassino, Madonna del Piano, Comprensorio Archeologico di Minturnae, il litorale pontino e domitio) e con esso luoghi legati strettamente alla Via Francigena come le Chiese di S.Maria in Pensulis (Frazione Forma di Suio), dimostrera’ con la sua chiglia piatta quanto la navigabilità del Garigliano dalla Diga di Suio verso Cassino costituisca quello che un illustre economista della LUISS come il prof. Stefano Sandri autore del progetto Alta velocità di Trenitalia, ha individuato e definito come <elemento differenziale dello sviluppo delle terme di Suio>;
 Altresì, la scafa potrà essere usata a fini turistico.ricreativi culturali nell’ambito delle attività di analogo tipo del Parco Belvedere, purche’ in contesti di assoluto rispetto di norme di sicurezza ecc;
 La realizzazione del progetto potrà coinvolgerà storiche e moderne conoscenze di costruzioni navali con la possibilità, se approvato anche di un corso di formazione per allievi di maestri d’ascia di Gaeta, uno dei mestieri in estinzione ma che hanno significato la crescita economica di località come Gaeta e dell’omonino Golfo, consentendo un interscambio generazionale tra i pochi ed esperti maestri d’ascia ancora operanti e giovani che all’economia del mare intendono legare il proprio futuro.
 Dopo il traghettamento da una sponda all’altra del Garigliano si conta di veicolare la <Bisaccia del Pellegrino> che potrebbe contenere i prodotti tipici della zona o comunque del sud pontino e/o di pubblicazioni specifiche al riguardo per la promozione e valorizzazione dei prodotti artigianali e/o della cucina tipica del territorio.

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