Questa mattina mi vengono in mente immagini, persone, gesti e tradizioni autentiche che riempiono il cuore. Mi sono svegliato e davanti a me è comparsa l’immagine di alcune donne vere che preparavo il pane e utilizzavano un forno di quelli antichi, belli, caldi e pieni di passione e di ricordi.
Quel pane preparato con antica sapienza che le nostre nonne avevano cura di fare ogni settimana impastando la farina prodotta dal grano coltivato nella piana del Garigliano.

Il cuore avvolto nel caldo di un corpo vivo si emoziona e batte di gioia pensando a quanta vita e a quanta storia è nascosta dentro questi gesti antichi e sapienti che ho incontrato, anche con mia sorpresa, dentro il borgo antico di Suio. Qui un gruppo di donne, vestite con semplicità, stavano ripetendo, con maestria e sapienza, l’antico rito della preparazione del pane. Avevano già impastato acqua, farina e lievito. Quando l’impasto è cresciuto fino al punto giusto lo avevano informato. Non in un forno qualunque. Era un forno antico che chissà quante chiacchiere aveva ascoltato, chissà quanti segreti e confessioni conserva nel suo muto servizio. Loro, le donne di Suio, erano li, davanti a quel forno pronte tirar fuori l’impasto cotto che, grazie al calore del forno a legna, sarebbe diventato il buonissimo “pane cafone” di Castelforte. Un pane contadino autentico, un pane fatto con Amore e per Amore (le donne di Suio, infatti, lo fanno per sostenere le attività della piccola, ma attiva parrocchia di San Michele Arcangelo, la loro seconda casa). Il profumo di quel pane, intanto, si diffondeva nei vicoli e vicoletti del borgo inebriando l’aria di quelle gustose cose antiche, vere e autentiche.
Ed è stato proprio in quel momento che io passavo lì vicino accompagnando un gruppo di pellegrini che, organizzati dal Gruppo dei Dodici, stavano percorrendo il tratto di cammino della Via Francigena compreso tra Suio Terme, Suio Valle e Suio paese. Attratti da quel profumo e invitati a vedere cosa stavano facendo quelle donne di Suio i pellegrini sono entrati due/tre persone per volta nell’antica cantinetta dove c’è il forno che trasforma l’impasto di acqua, farina e lievito (il “criscito” conservato dalla volta precedente) in pane, quel “pane cafone di Castelforte” censito tra i Pani Tradizionali della Provincia di Latina.
Ai pellegrini è stato donato un pezzo di focaccia appena sfornata. Immaginate la loro meraviglia. Gli occhi parlavano. Erano l’immagine dello stupore che si materializzava e rendeva l’atmosfera ancora più vera e suggestiva.
Poi, il loro cammino di scoperta si è arricchito grazie a Stefano dell’Associazione “Terra di Suio” che con competenza e passione ha dedicato loro tempo e parole allo scoperta della Via dell’Arte … Un percorso nel borgo animato da bellissimi murales che stanno valorizzando e ridando notorietà ad un centro che per secoli è stato un punto di luce nel basso Lazio. Un borgo caro ai monaci benedettini di Montecassino che lo avevano tra i loro possedimenti più cari anche per la invidiabile posizione strategica che lo caratterizza (da Suio, infatti, lo sguardo abbraccia tutta l’area da Ischia al Golfo di Gaeta e alle isole pontine).
Ma quel “pane cafone” che oggi è un prezioso alleato della memoria, in passato, era il pasto principale anche per gli abitanti di questa Terra. La stessa Terra che nel corso della seconda guerra mondiale si è trovata al centro della Linea Gustav subendo bombardamenti per nove, lunghi e tragici mesi di orrore, fame e distruzione. In questa storia c’è una storia quella di un bambino, Alessandro, al quale una bomba ha strappato la mamma per sempre. Lui salvato da un soldato inglese (Ernesto Foster) oggi accoglie i visitatori e con generosità racconta i fatti di cui è stato protagonista e racconta anche la commovente storia del “vecchio Tommy” che dopo 40 anni, negli anni 80 è tornato a Castelforte – Suio per ritrovare il bambino che aveva salvato.
Questa mattina, mentre una leggera pioggerella scende rifocillando la terra la memoria mi mostra i volti, i gesti, le pietre mute di Suio e di Castelforte, mi racconta del fiume Garigliano che scorre lento, della Casa/Villa romana che ospitò il grande filosofo Plotino, delle terme e delle sue splendide acque, del Castello di Suio e del suggestivo centro storico di Castelforte sulla cui sommità campeggia la Torre Civica … eppure il profumo e il gusto del “pane cafone” delle donne di Suio sembra essere l’anello che riunisce tutto e che continua a dare vita e sapore alle nostre vite e, ora, anche a quella dei pellegrini che continuano a percorrere gli antichi sentieri della Via Francigena facendo tappa a Castelforte / Suio dove il tempo sembra essersi fermato senza cedere alla nostalgia.
Grazie donne di Suio, grazie per la “magia” del pane e per la vostra accoglienza vera e genuina. Grazie a voi pellegrini che decidete di fare tappa a Castelforte (porta d’ingresso nel Lazio della via Francigena del Sud).

