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“Non è il mio tempo” di Graziella Di Mambro nasconde il “mistero” della vita

“Non è il mio tempo” è un viaggio dentro l’Apocalisse di un’epoca che ha traghettato il mondo e, in particolare l’Italia, dalla sua condizione di povertà anche estrema ad una migliore economicamente ma, forse, comunque povera per mille altre ragioni. La vita e l’autodeterminazione di Antonia è sullo sfondo (ma anche in primo piano) rispetto a questo passaggio epocale che rischia di poter avere, purtroppo, un certo ritorno vista l’attuale situazione politica nazionale ed europea. Troppi focolai di “guerra” stanno attraversando il nostro tempo e troppe questioni irrisolte continuano ad emergere negli estremismi che sembrano essere inevitabili mancando tutti di equilibrio e sobrietà. Si avverte, infatti, la mancanza di quell’arte sapiente capace di lavorare per costruire società libere ed inclusive (scusate la divagazione che, però, ho scelto di condividere come materia di riflessione).
Ho letto il libro di Graziella Di Mambro “Non è il mio tempo” con la curiosità dell’amicizia ma confesso che dopo poche pagine mi ha coinvolto nel profondo perché al di là e oltre l’assurda vicenda di Antonia complice la ferocia criminale di un regime poi finito, nel racconto di Graziella esplodono le storie di una generazione e di un tempo, che come sempre si “ciba” di “eroi quotidiani” che spingono i loro passi controverso. Chi rema controvento, purtroppo, trova sempre ostacoli e barriere mentre chi si adegua cammina spinto dalle spinte degli “amici”.
In ogni caso ci sono parti del libro che, alle persone più sensibili, invocano le lacrime perché magari vi leggono tratti della loro stessa storia o di quella della loro famiglia.
La povertà del sud, la vita semplice e, purtroppo, ignorante del primo dopoguerra e le prepotenze dei rappresentanti di un regime nel quale, come sempre, sguazzano furbi e prepotenti, genera un senso di rabbia e di rivalsa. Poi le fughe all’estero, i desideri repressi, i sacrifici, i ricordi, la voglia di ritornare dove tutto aveva avuto origine coinvolge e stimola i sogni di cambiamento ma anche la consapevolezza che indietro non si torna.
Sullo sfondo, ma emerge nell’intero racconto, c’è il “mistero” dell’aborto sul quale resto attonito e perplesso. Il credere all’Amore, infatti, ha possibili varianti e mi rinchiude in un silenzio che guarda il confine tra il mare e il cielo cercando il limite che non trovo e tutto resta dentro una retta che dovrebbe separare ma non separa.
Il silenzio, infatti, credo sia l’unica “Parola” capace di accogliere e di coinvolgere il nostro essere profondo, quella parte così grande, bella e nascosta dentro le nostre viscere che ci fa tutti, ma proprio tutti persone che hanno una dignità e una verità. Ma pur essendo muto questo silenzio ci agita, ci scuote e ci lascia intravedere quei tratti di infinito che il cielo in una notte stellata possono solo evocare.
E, quindi, sto dentro un subbuglio di punti interrogativi e rinuncio a cercare una definizione che non ho trovato e una voce profonda mi suggerisce di restare davvero muto e silente contemplando la vita … bella la vita o la vita è bella!!! Questo si che mi convince.
Vincenzo Testa

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